Il Crocifisso

LA TESTA DI JESU

Presso il popolo, corrono diverse tradizioni sull’origine del Crocifisso, che si trova nella chiesa di San Bartolomeo. Queste sono riportate, in gran parte, nel testo di Nicolò de Nigris. Questi scrive che un eremita da Eboli, di nome Giorgio Iorio, nel mese di giugno del 1236, si isola in una caverna del monte degli Alburni, per pregare e dedicarsi alla penitenza. Il santo eremita, per meglio meditare sulla passione di Gesù, scolpisce, anche se inesperto nell’arte scultorea, una rozza testa del Cristo morto e riesce a dare un’espressione di valore ineffabile e di divina maestosità; ancora oggi, infatti, si resta esterrefatti ed estasiati nel contemplare il suo sguardo sofferente.
La costante tradizione del popolo narra, invece, di un misterioso teschio, circondato di molte luci, trovato in una caverna dei monti circostanti, allorché i campagnesi sfuggiti alle saltuarie aggressioni dei Saraceni cercavano riparo tra i monti. Si parla di un teschio, perché il Volto è scolpito da somigliare ad una testa d’uomo. disseccata e con uno strato di pelle, aderente alle ossa facciali, dolorante ed esangue. I lineamenti, nel profilo e frontalmente, non disdegnano di raffigurare la testa dolorante del Cristo morto, che sconvolge ed intenerisce contemporaneamente chi lo guarda. La testa, priva di capelli, è grossolana nella fattezza, principalmente nella parte posteriore, mentre la parte anteriore è più elaborata ed un neo (non è altro che un nodo di legno sotto il naso) dà un’espressione d’umanità.
Davanti a questa testa di “Jesu”, l’eremita, recitando fervide preci, chiede perdono per tutti i peccati ed implora grazie per l’intera umanità.
Nel dicembre dello stesso anno, in seguito ad una delle visioni di Gesù Crocifisso, il vecchio eremita, a dorso di un mulo, porta la testa a Campagna per donarla all’eremita Muria, nativo di Quaglietta, che vive in una grotta del monte Fumaiolo, dietro la località di san Bartolomeo. La testa rimane lì per molto tempo e quando l’eremita si sente prossimo alla morte la consegna al domenicano fra’ Luca, che officia nella chiesetta di Santa Maria, in località Pagliara.
Questo è quello che le generazioni passate, attraverso la comunicazione orale, hanno tramandato e gli storici campagnesi hanno registrato. Un’ulteriore ricerca, condotta da chi ha più tempo, capacità e passione, potrebbe dire una parola definitiva sulla veridicità o meno delle tradizioni. Se dovesse risultare in contrasto con quanto riferito, nulla toglierebbe alla mirabile storia di pietà popolare scritta dai campagnesi lungo Parco di oltre nove secoli di profonda devozione verso il Cristo, venerato sotto il titolo di SS. Nome di Dio.


Nel 1275, Guglielmo Viviani, milite dell’esercito di Carlo d’Angiò, come scritto precedentemente, si stabilisce a Campagna, per amministrare il feudo del conte d’Apia, occupato a Corte per espletare l’ufficio di Siniscalco.
Nel 1305, gli succede il figlio d’Apia Junior, il quale, nel 1313, è mandato dal re di Sicilia, nel Molise. Ivi scompare ed il feudo, quindi, è retto, solo nominalmente, dall’Apia, sino al 1320.
Raimondo del Balzo, proveniente dalla Francia, si sposa con Isabella d’Apia, altra figlia di Giovanni d’Apia. Sotto lo stesso feudatario, dal 1320 al 1375, si uniscono il principato di Otranto e Taranto ed il feudo di Campagna. Durante questo periodo fiorisce il brigantaggio e il 17 febbraio 1369 una masnada di sessantatre briganti di Postiglione viene a Campagna, attraversa i monti e si dirige verso la chiesetta di S. Maria, per impossessarsi della testa di Jesu di Giorgio Iorio, donata ai domenicani. Non trovandola, prendono il Crocifisso, scolpito dall’ebanista campagnese Poro, e lo decapitano, portandosi la testa ad Eboli, nascondendola sotto il convento di S. Francesco.

 

I monaci presero l’antico Crocifisso decapitato, lo adagiarono in un posto visibile a tutti con la speranza che qualche artista locale riuscisse a ricostruire una testa simile a quella fatta dal Poro. Nessuno riuscì a rifarla, neppure i discepoli del maestro Poro, morto da decenni, che era stato eccelso nell’arte dell’intaglio e aveva reso grandi e utili servizi alla Chiesa di San Maria della Giudeca ed aveva scolpito alcune statue del castello del Girone e molti crocifissi, di cui uno simile al SS. Nome di Dio.
Il Crocifisso rimane per molti anni deturpato e solo nell’anno 1387, essendo priore dei domenicani fra Luigi, questi prende la rozza testa, scolpita dall’eremita Iorio, e la depone sul Crocifisso decapitato. Fra lo stupore dei pochi presenti e di otto monaci, la testa si mantiene fissa sul corpo e subito si pensa ad un miracolo, perché, comunque la si cerchi di spostare, assume sempre la stessa posizione, presentando un affossamento, abbastanza accentuato, all’altezza dell’inizio del collo.
Tutto il Crocifisso è di una rara e splendida bellezza. L’espressione del viso incute rispetto e tristezza ed emana qualcosa di mistico e misterioso e, quando si prega al suo cospetto, i dolori e le preoccupazioni sembrano scomparire.